Spazi da riempire di vissuti: cosa manca a Potenza?

Cosa manca davvero a Potenza? Cosa permetterebbe di vivere meglio all’interno della città?

La voce di:

Mi chiamo Francesco Tita e ho 23 anni.

Ho studiato Scienze della Comunicazione a Bologna, città dove vivo tuttora e dove dopo la laurea ho frequentato un master in Enogastronomia e Ospitalità.

Lavoro per Future Food, azienda bolognese che si occupa di innovazione del cibo su diversi versanti (soprattutto tecnologia, agricoltura e ambiente), dove ho svolto un tirocinio e sto continuando a lavorare per il reparto comunicazione & social media.

14 settembre 2014: il giorno in cui affrontai il mio viaggio della speranza per Bologna, carico di valigie, ricordi, prime delusioni e tante speranze, è ancora impresso nella mia mente. Da neo-diciottenne di allora, guardando dai finestrini dell’autobus Potenza che pian piano si allontanava, pensavo che non avrei avuto più niente da spartire con la mia città natale e che avrei dovuto seguire e costruirmi strada e passioni al di là delle mie origini.

Quattro anni dopo, con una laurea in Comunicazione e un master (che mi avrebbe presto aperto le porte al mondo del lavoro), sono tornato a Potenza. Ho presentato una piccola pubblicazione proprio sulla mia città e su BurBaCa, uno dei locali molto frequentato dai giovani potentini. Più che per il libro in sé, mi sono sentito fiero per il fatto di esser riuscito a combinare i miei studi e la mia passione per la comunicazione e per la ricerca sugli spazi urbani a Potenza. Così ho riscoperto un legame sempre più profondo di cui ho cominciato anche ad analizzare a fondo le sue mancanze.      

Questo lavoro di ricerca, infatti, iniziato dal semplice interrogativo sul perché questo locale fosse così apprezzato, mi ha aperto le porte a questioni ben più ampie. Ci sono ormai abitudini socio-culturali del tutto inedite che i potentini hanno assunto, frequentando lo spazio di altre città (in cui si trasferiscono per studio o lavoro) o gli spazi virtuali. Questi spazi vengono confrontati con quelli della loro città che non vogliono più vedere perché troppo stretti, in cui avviene un continuo cambiamento. Un cambiamento che, però, non inquadrano né come innovazione né come riprogettazione in chiave funzionale e filtrata dalle lenti della storia urbana di Potenza.

Cosa manca alla città di Potenza dal mio punto di vista? Non banalmente degli spazi, ma testimonianze tangibili, evidenza delle tracce, riconsiderazione e ricostruzione di tutti quelli che sono i vissuti di quegli spazi. Tutti noi potentini condividiamo una storia collettiva di una piazza, un parco, una strada, un cinema, un bar, e credo che già da questi esempi ce ne siano venuti in mente molti altri. Allo stesso tempo, quante volte abbiamo pensato che i continui mutamenti ci abbiano privato di un pezzo delle nostre esperienze di vita e dei nostri momenti passati? Quante volte una riqualificazione urbana si è trasformata in un completo rifiuto e in continui sforzi nel dare nuovi significati e valori a questi tentativi? Quante volte ci siamo sentiti disorientati in spazi che non sentiamo più nostri?

Evolvere Potenza e proiettarla verso nuovi sviluppi significa soltanto una cosa: non semplicemente trovare il giusto equilibrio tra tradizione e innovazione, ma tracciare la strada del suo futuro sociale e culturale ripartendo da quello che tutti i giorni vivono i potentini, ossia gli spazi urbani, carichi di storie, tradizioni, culture e soprattutto vite che oggi è sempre più difficile riconoscere.

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