La politica di coesione territoriale

Vediamo insieme cos’è la politica di Coesione economica e sociale e a cosa serve



Benvenuti al secondo appuntamento di Voci dall’Esperto, nel quale presenteremo la Politica Europea di Coesione territoriale come uno strumento per ridurre le disparità.

La Politica di Coesione economica e sociale concepita degli anni ‘70 viene descritta nell’Atto Unico Europeo del 1986, come strumento finalizzato a: ridurre il divario fra le diverse regioni ed il ritardo delle regioni meno favorite.

Come sapete, l’Unione Europea dopo la sua istituzione si è trovata di fonte ad un enorme problema: gestire la sua eterogeneità.  Se prendiamo una cartina del nostro continente, potremo osservare che l’UE racchiude all’interno dei suoi confini un territorio vastissimo, che si spinge dal Portogallo fino alla Bulgaria, quindi dall’Atlantico fino al Mar Nero, o ancora dalla Lapponia fino a Malta, attraversando regioni, culture, popoli molto differenti tra di loro.

Unione Europea

Dunque un territorio molto ampio ed eterogeneo che racchiude 28 Stati membri, un numero di nazioni ben maggiore, 24 lingue ufficiali ( senza considerare lingue regionali e/o dialetti). Senz’altro, territori molto vari sul piano linguistico, culturale, politico-sociale, ma soprattutto in chiave economica.

Se già quando parliamo di Italia percepiamo una grande frattura economica tra le regioni, quantificata da indicatori come il PIL, PIL pro capite, reddito medio, capacità di spesa, (basta mettere a confronto il PIL pro capite della regione Basilicata con quello della regione Toscana: 20.500 € contro i 30.500 € dei Toscani), immaginatevi in un territorio che conta più di 500 milioni di abitanti e vasto 4,5 milioni di km2: 15 volte il nostro Paese, per capirci!

Proviamo a confrontare un Paese membro, come la Svezia ed un Paese come la Grecia: un paragone economico non può reggere. O ancora, se paragonassimo Lussemburgo e Bulgaria – rispettivamente 1° ed ultimo paese dell’UE per PIL pro capite – ci accorgeremmo che il salario minimo garantito (in termini di legge), nel Granducato equivale a 2000€ , in confronto alla Bulgaria dove è all’incirca uguale a 220€.

Le regioni hanno dunque degli indici di crescita e di sviluppo molto differenti, che sono dovuti ad un insieme di fattori tra cui annoveriamo:

  • la posizione geografica
  • le risorse naturali
  • lo sviluppo urbano
  • la storia

Tutti fattori che determinano la ricchezza di una regione.
L’UE, all’indomani della sua creazione, si trova di fronte questa grande sfida: la gestione delle disparità. Certo, annullarle o azzerarle è impossibile, ma cercare di alleviare questo gap è e continuerà ad essere la sua sfida. Una sfida nata nel 1968 – con la creazione della Direzione Generale della Politica regionale della Commissione Europea – e plasmatasi a partire degli anni ’70, attorno alla parola solidarietà.

La parola chiave per comprendere la politica di coesione regionale è infatti solidarietà, elemento alla base del moderno concetto di welfare state: lo stato assistenziale o del benessere. Parliamo di un modello di Stato, basato sul principio teorico dell’uguaglianza, la cui finalità è ridurre le disuguaglianze economiche, fornendo o garantendo diritti e servizi sociali a tutte le fasce della società: servizi sanitari, accesso all’istruzione, indennità di disoccupazione, ecc. Traslando il concetto alla nostra dimensione comunitaria, parleremmo della politica regionale come strumento di solidarietà, atto ad offrire assistenza socio-economica alle regioni meno sviluppate.

A questi fattori, economico e sociale, il trattato di Lisbona (firmato nel 2007), introduce una terza dimensione parlando di politica di coesione economica, sociale e territoriale. Ciò significa che la politica di coesione deve puntare ad uno sviluppo territoriale più equilibrato e sostenibile, proprio per estendere questo fattore di riduzione di diseguaglianze ai territori.

Ma in che modo l’UE cerca di raggiungere questo obiettivo? Lo scopriremo nel prossimo appuntamento, che sarà dedicato agli strumenti finanziari, di cui si serve l’Unione Europa per attuare questa politica.

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