Potenza – opportunità e limiti di una città

Dalla Basilicata continuano a fuggire sempre più giovani, in cerca di un futuro migliore.

Michele Tita trae le sue conclusioni sulle cause

La voce di:

Michele Tita, 25 anni, laureato in Antropologia, religioni, civiltà orientali a Bologna. Attualmente segue un Master in Folkloristics and Applied Heritage Studies a Tartu in Estonia. Appassionato di etnoantropologia, cinema, musica e scienza



Lo ammetto: forse tendo un po’ troppo all’anticonformismo. Mi piace vedermi e sentirmi originale e, per quanto questa mia tendenza non mi faccia sempre sentire a mio agio con me stesso, finisco molto spesso per seguirla. E le mie passioni, soprattutto in fatto di studio, sono un eccellente carburante per questo mio anticonformismo. Mi riferisco al fatto che non si incontra tutti i giorni un potentino laureato in antropologia che decide di trasferirsi a Tartu, in Estonia, per studiare una cosa chiamata folkloristica!

La folkloristica, o folklore studies in inglese, è la disciplina affine all’etno-antropologia che studia il folklore. Non si parla solo di vecchie tradizioni, di antichi rituali e di racconti orali d’altri tempi ma anche di argomenti ben più all’ordine del giorno. Quanti sanno, ad esempio, che le teorie del complotto possono essere ascritte al dominio del folklore? E che persino le fake news, argomento tanto in voga oggigiorno, hanno anch’esse forti legami con il folklore? Insomma, studio una materia indubbiamente interessante, per quanto mi renda conto di avere seriamente un unico sbocco, ossia la carriera accademica (ricerca, docenza e simili). Mi va bene così, è quello che voglio fare. Ci sarà da lavorarci abbastanza.



Non ho particolare interesse a tornare in Italia in pianta stabile, un po’ per quell’anticonformismo di cui ho parlato, un po’ perché non ho molta fiducia nella capacità delle istituzioni accademiche di assorbire nuovi laureati.

Ad ogni modo, non voglio essere scambiato per un italiano anti-patriottico che ha rinnegato l’eredità culturale del proprio Paese. E non voglio allo stesso modo dare l’idea di sentirmi distaccato dalla realtà di Potenza. Nella mia città natale ho la mia casa, la mia famiglia, i luoghi della mia infanzia. Mi è rimasto anche qualche amico, anche se il tempo e la distanza tendono a ridurre i rapporti interpersonali. Per non parlare del fatto che tanti miei vecchi amici e conoscenti sono a loro volta fuori città in pianta stabile, chi con un lavoro, chi con i propri studi, chi con i propri progetti.

Immagino che Potenza sia rimasta una base e un punto d’appoggio per tanti, ma è indubbio che tenda a spopolarsi e che i più giovani non la percepiscano più come una realtà in grado di offrire e di fornire opportunità. Il contesto lavorativo, a detta di molti, è saturo e inquinato dalla piaga del clientelismo.

L’Università degli studi della Basilicata rimane invece un polo piccolo con un’offerta formativa ridotta, non sempre capace di trattenere studenti universitari alla ricerca di percorsi di studio e di lavoro più specifici: penso non solo a me, ma anche, ad esempio, ad aspiranti medici e chirurghi costretti ad andare fuori regione per formarsi, o ancora ad aspiranti studenti in scienze politiche e relazioni internazionali.

Certo, stando a quel che riporta la stampa locale, questa offerta formativa sarà gradualmente ampliata, includendo quasi certamente proprio un corso di laurea a ciclo unico in Medicina. Tuttavia è difficile prevedere i tempi e calcolare gli investimenti necessari, e si richiede anche la sinergia di diversi enti pubblici. Insomma, non sembra che il problema possa essere risolto in tempi brevi e nel frattempo Potenza, la sua università e il suo mondo lavorativo rimangono di scarso appeal per tanti, allineandosi alla drammatica situazione di spopolamento e disoccupazione che il sud Italia vive.




Università degli Studi della Basilicata

Ora, vorrei puntualizzare una cosa: io ho scelto di emigrare spinto dalla voglia di fare qualcosa di originale e trasformare una mia passione in un progetto di vita più concreto, per quanto possibile. Immagino, quindi, che mi sarei spostato in ogni caso. Tuttavia, mi rendo conto che in tantissimi eviterebbero lo stress di lasciare la città e la regione se valutassero come appetibile la possibilità di studiare e lavorare a Potenza. Questo, però, non succede: colpa dei giovani choosy che pensano troppo ai loro interessi trascurando concrete possibilità di sviluppo per la propria terra e per la propria cittadinanza? O forse colpa di una Basilicata e di un capoluogo che realmente non offrono prospettive valide, o addirittura non offrono affatto prospettive?

Qualunque sia la spiegazione e di chiunque sia la colpa, una cosa è certa: Potenza deve poter investire in formazione e occupazione, offrire nuove opportunità ai giovani, superare certe vecchie abitudini (clientelismo, sperpero delle finanze pubbliche e chi più ne ha più ne metta) e diventare in generale un polo di attrazione per chi studia e inizia a lavorare. Così facendo, si eviterebbe l’invecchiamento di una città che, di questo passo, avrà un disperato bisogno di una nuova forza lavoro preparata e competente.

Le mie non sono proposte formali, beninteso: so perfettamente che ciò che mi auspico risulta ancora vago e poco realizzabile nell’immediato, oltre che qualcosa che si è già detto e ripetuto spesso nel mondo politico e nel dibattito pubblico senza che sia stato tradotto in vere e concrete iniziative (a parte, forse, Matera 2019, progetto che, però, non riguarda direttamente Potenza). Si prendano le mie parole, piuttosto, come un’amara constatazione riguardo ciò che non va della mia città e ciò che la mia città dovrebbe essere. Spero, tuttavia, che le cose cambino e che Potenza possa davvero cominciare a attrarre più giovani, siano essi studenti o lavoratori.

Se tornerò anch’io in pianta stabile, nel caso? Difficile in realtà, per gli stessi motivi che mi hanno spinto ad emigrare e che ho già ho esposto. Comunque, da potentino, mai dire mai!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.